Il software aperto può cambiare un’industria ?
martedì, 9 dicembre 2008 | di Gianluca | Archiviato in Analisi Superficiali, Economia | Un intervento
La dilagante delocalizzazione dei processi produttivi nel far-east, negli ultimi dieci-quindici anni, sebbene ritenuta indispensabile da gran parte degli imprenditori è riuscita a produrre col tempo alcuni importanti effetti negativi, non solo per chi ha perso il lavoro ma anche per chi certe decisioni (obbligate?) le aveva prese.
E’ praticamente impossibile, infatti, distinguere oggi gran parte dei beni a basso valore aggiunto importati dal far-east rispetto a quelli a cui è appiccicata “una marca”: forse perchè non c’è in effetti alcuna differenza, tutti sono prodotti più o meno negli stessi stabilimenti produttivi. Una volta portata la tecnologia e il know-how in Cina c’è poco da lamentarsi per le copie.
E’ per questo motivo che ogni inverno siamo indondati al supermercato di stufette elettriche “in offerta” a 9 euro e novanta, tutte uguali: cambia solo il nome. Ed è probabilmente la stessa ragione per cui i capi d’abbigliamento sportivo di uno dei tanti brand “globali” hanno la stessa qualità di quelli in vendita presso alcune grandi catene low cost (come Decathlon) a proprio marchio, alla metà del prezzo.
Tradizionalmente pero’ il settore dell’informatica e delle telecomunicazioni non è mai stato interessato in maniera diretta da questo problema: TUTTA la produzione viene realizzata in oriente, da contoterzisti definiti ODM (original design manufacturer) che sono in competizione tra loro per offrire il costo di produzione più basso ai vari marchi occidentali, facendone il gioco. Eppure difficilmente qualcuno di essi riuscirebbe a sfondare sul mercato con un prodotto tutto suo.
In questi prodotti complessi infatti il vero valore aggiunto è costituito dal software e dalle ricerche che ci sono dietro, così che per i big del settore è stato abbastanza facile presidiare questi punti estremamente importanti della catena del valore per mantenere la leadership. A differenza di una stufa o di una felpa, un eventuale telefono cellulare “copia”, identico nell’hardware, ma molto diverso nel software e nell’usabilità, non riuscirebbe a vendere nulla anche se costasse metà prezzo.
Per la stessa ragione produrre un iPhone in Cina costerà anche 150$, ma nel prezzo di vendita di 499 euro non c’è solo l’avidità di una multinazionale, i dazi e le tasse di un governo, i commercianti: ci sono anche capitalizzati enormi costi di ricerca e sviluppo, dall’ideazione del prodotto alla realizzazione del software.
Un ex ODM, la taiwanese HTC, ha in effetti provato a percorrere questa strada e vende palmari a suo marchio, ma l’ha dovuto fare scendendo a un pesante compromesso: utilizzare il software microsoft windows mobile per cellulari, un software su cui non ha controllo e la cui licenza ha un costo industriale variabile tra i 7 e i 15$ per pezzo prodotto: questo ne rende la posizione molto fragile. La licenza oltre a influire di un buon 10% sul costo industriale del prodotto, la può infatti acquistare chiunque altro, replicando in breve tempo la produzione.
L’open source sta cambiando rapidamente le carte in tavola. Ferve infatti lo sviluppo del nuovo software per telefonini di Google, Android: si tratta di un software aperto che non ha costi di licenza e al cui sviluppo può partecipare chiunque, condividendo i miglioramenti con la comunità. Se questo nuovo prodotto google raggiunge il successo sperato potrebbe rappresentare una manna dal cielo per gli ODM cinesi e una importante minaccia per i big della telefonia.
Se il software diventa uno standard aperto a tutti, non ci sono più barriere all’ingresso nel mercato. Cosa distinguerebbe a quel punto un telefono senza nome da uno di marca ?
dicembre 13th, 2008 at 10:00 (#)
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