Vie di mezzo

domenica, 31 agosto 2008  |  di Gianluca  |  Archiviato in Mondo

A leggere una delle tante inchieste pubblicate sull’onda delle olimpiadi, a proposito di come funziona l’avviamento all’attività sportiva in Cina viene da chiedersi se sia una pratica così terribile in termini assoluti (lo è senz’altro per i nostri canoni), e se sia piuttosto meglio avere tanti bambini obesi e viziati seduti per ore dietro una console per videogiochi come accade in molte famiglie di questo nostro paese “avanzato”, che dopo 8 anni di scuola dell’obbligo sanno fare a stento due operazioni aritmetiche elementari, non sono in grado di parlare una lingua straniera, e spesso hanno anche enormi difficoltà con l’italiano avviandosi a una radiosa carriera di futuri cocainomani coi soldi dei genitori, futuri dipendenti pubblici raccomandati, ecc …

La domanda, pur rivestendo un evidente carattere provocatorio, non è del tutto campata in aria a mio modo di vedere, per diverse ragioni.

Si è fatto tanto parlare di questi istituti scolastici nel paese del dragone, dedicati ciascuno a una particolare specialità sportiva, in cui tutto il tempo libero dei ragazzi che vi vengono iscritti, sin dai 5-6 anni, viene impiegato per fare dei massacranti allenamenti: così come si è avuto modo di esecrare lo spirito di competizione secondo il quale se non sei bravo, se non ti impegni, subisci delle pressioni, rischi delle punizioni, la disapprovazione di maestri e compagni.

Tutte cose che ai nostri occhi sembrano molto tristi, magari anche barbare e comunque poco rispettose del processo di crescita spensierata che dovrebbe essere garantito a un bambino, che deve essere libero di arrivare alle scuole medie con il cellulare in tasca – abilissimo nello scrivere sms con tanti K e NN – ma senza saper fare una divisione a due cifre o scrivere dieci righe in italiano.

D’altro canto non si tiene conto della realtà di provenienza di questi bambini, l’alternativa non è certo quella di stare seduti a casa a guardare i cartoni animati mangiando pane e cioccolato, ma piuttosto quella di entrare a lavorare in una fabbrica già finite le scuole primarie, oppure dover aiutare i genitori nelle campagne sin da piccoli, o ancora peggio finire ad aiutare in qualche tipo di “business familiare” di quelli diffusi da quelle parti quale ad esempio lavorare come contoterzista nel dissaldaggio di vecchi rottami tecnologici per recuperare il piombo ed altri materiali di valore: condizioni che fanno sembrare meno aberrante l’idea caldeggiata in quei paesi, sul privilegio di poter fare attività sportiva a tempo pieno.

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